Thought Babble

La lotta dell’Europa con la democrazia

Translation by Greta Bitante

“L’Unione europea è troppo lontana dai suoi cittadini”, è una frase pronunciata troppo spesso. Gli eurofili hanno difeso con passione la natura democratica dell’unione e delle sue istituzioni. Nel 2014,  la procedura Spitzenkandidaten è stata introdotta per aumentare l’influenza del Parlamento europeo e avviare un dibattito pubblico europeo sulle elezioni. Tale processo tuttavia, si e’ rivelato fallimentare nell’ottenere sostegno e attenzione pubblica nel 2014, ma il vincitore, Jean-Claude Juncker è stato comunque scelto come Presidente della Commissione (nonostante le riserve di Angela Merkel).

Perché questo sistema non ha funzionato alla fine? Non molti sanno che la procedura è stata in realtà un’invenzione del segretariato del PPE (Partito Popolare Europeo) che stava segretamente servendo gli interessi dei principali leader del trattato di Lisbona. Molti non erano nemmeno consapevoli su cosa avessero dovuto essere d’accordo, poiche’ il tutto era specificato in una piccolissima linea all’inerno di un trattato molto più ampio e facilmente trascurabile.In ogni caso, alla fine ha funzionato perché il PPE aveva la maggioranza in seno al Consiglio.

Mentre leader come Angela Merkel temono di perdere il potere di nominare essi stessi il Presidente della Commissione, allo stesso tempo, si stanno rendendo conto di quanto sia geniale il meccanismo che hanno creato. Con una maggioranza sia al Consiglio sia al Parlamento europeo, il PPE vincera’ sempre  automaticamente la presidenza della Commissione, almeno finche’ mantengono saldi i loro risultati elettorali.

Cosa che sembrava molto probabile all’epoca, così, la procedura Spitzenkandidaten è diventata un modo per mantenere il PPE al potere, utilizzando la “legittimità democratica” come parola d’ordine per garantire che nessun’altro partito potesse tentare di contestare la presa di potere gia’ confermata del PPE all’ interno delle istituzioni dell’Ue.

Nel 2019 la situazione è molto diversa. Il PPE non è più il re indiscusso della collina e tutti ne sono a conoscenza. Il PPE infatti occupa solo 9 seggi nel Consiglio europeo. Sia i socialisti che i liberali hanno 7 seggi ciascuno e sono affiancati da tre indipendenti e due membri dei conservatori euroscettici (almeno fino alla Brexit). Tuttavia, mentre la presenza del PPE è ancora consistente, la sua posizione si è significativamente indebolita rispetto ai 12 seggi che occupava precedentemente, rispetto agli 8 seggi dei socialisti e 3 dei liberali prima delle elezioni europee del 2014. Anche le elezioni europee non sono andate come previsto. Sia il PPE che il S&D hanno perso un numero significativo di seggi a favore dei partiti liberali, verdi e di estrema destra. Il PPE ha comunque mantenuto la sua consistenza, ma la principale coalizione è stata disgregata.

Al tavolo dei negoziati, la Merkel ha fatto del suo meglio per salvare la procedura Spitzenkandidaten, ma Emmanuel Macron aveva l’obiettivo opposto. Fin dall’inizio, ha dichiarato pubblicamente il sistema come morto e non voleva nemmeno prendere in considerazione uno dei candidati principali nelle elezioni. Era tutto parte di un piano, naturalmente. Anche il gruppo liberale ALDE, al quale il suo partito LaREM si è poi unito per formare Renew Europe, aveva respinto il sistema, individuando un “Team Europe” a capo della campagna elettorale, piuttosto che una sola persona designata come futuro presidente della Commissione.

Angela Merkel è vicina al pensionamento, percio’ non si preoccupa più molto di politica, come invece era solita a fare al culmine del suo potere. Così, ha proposto l'”Osaka-deal”, un accordo sottobanco negoziato al vertice del G20 in Giappone.

Questo accordo avrebbe dato la presidenza del Consiglio ai liberali, la presidenza della Commissione a S&D Spitzenkandidat Frans Timmermans e la presidenza del Parlamento al candidato dell’PPE (e amico di Merkel) Manfred Weber.

Macron ha continuato ad insistere sul fatto che la procedura degli Spitzenkandidaten non fosse democratica e quindi sarebbe dovuta essere smantellata, ma la Merkel ha rimarcato che con l’aggiunta di liste transnazionali (che il PPE aveva già respinto in precedenza nel Parlamento europeo), l’intero processo sarebbe diventato democratico. In questo modo, dopo tutto, si era raggiunto un accordo; un accordo dietro le quinte che avrebbe comunque spianato la strada per una maggiore democrazia.

Ma nemmeno questo accordo e’ andato a buon fine. A quanto pare, attaccare i paesi del V4 (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria) sul percorso della campagna elettorale non è stata una grande idea, dal momento che anche quest’ultimi hanno il diritto di veto sulla nomina del Presidente della Commissione. Così, Frans Timmermans e Manfred Weber sono stati automaticamente respinti dalla Polonia e dall’Ungheria. Il motivo per cui Margrethe Vestager, competente candidata centrista, e rappresentante  della fazione con il maggior numero di seggi, non e’ stata nemmeno considerata come valida opzione, rimane la più grande domanda senza risposta.

Invece, ci siamo ritrovati con l’attuale ministro della Difesa tedesco Ursula von der Leyen. La nomina di Von der Leyen non era prevista. Non faceva parte degli Spitzenkandidaten, non e’ mai presa in considerazione dai media o da chiunque altro nella bolla europea e improvvisamente è stata l’unica candidata su cui tutti sono stati d’accordo (tranne i socialisti tedeschi, che hanno fatto sì che la Merkel si astenesse dalla nomina).

Come? Perché? Non era nemmeno in nomina per diventare Presidente della Commissione! Come possiamo spiegare ai cittadini perché dovrebbero votare alle prossime elezioni europee? Perche’ ognuno di noi dovrebbe ancora votare per elezioni europee? Non si può creare un processo quasi democratico e poi ignorarlo quando vi risulta scomodo.

Naturalmente le elezioni riguardavano principalmente l’elezione dei membri del Parlamento europeo, che ora avranno la possibilità di far sentire la loro voce e potenzialmente combattere contro le decisioni controverse delle istituzioni, o perlomeno, utilizzare la loro influenza per aumentare i poteri del Parlamento. Tuttavia, poiché le elezioni dei membri del parlamento europeo sono avvenue in concomitanza con l’elezione del Presidente della Commissione, anche quest’ultima nomina lascia un sapore amaro in bocca agli elettori.

Se il Regno Unito avesse forse riconsiderato la possibilita’ di lasciare l’ Unione Europea, la situazione creatasi con tale processo di dubbio carattere democratico avra’ sicuramente fatto cambiare idea ai brittannici. Tra le tante ragioni per cui i cittadini hanno votato in favore della Brexit, la natura antidemocratica dell’Unione europea è stata di gran lunga la più idealistica. Ora, è certo che diventerà il punto di forza principale dei Brexiteers per lasciare l’Ue il più presto possibile, con o senza accordo, con la certezza che tutte le economie europee verranno danneggiate nel processo.

Questa nomina mette in evidenza il profondo deficit democratico dell’Unione Europea, confermando la forte argomentazione a favore dell’abolizione delle parti intergovernative dell’Ue. Non solo il Consiglio europeo non è capace di prendere decisioni rapide (ed efficaci) in una situazione di crisi politica, ma rallenta e blocca regolarmente importanti decisioni politiche. Ora, il Consiglio ha dimostrato ancora una volta la sua incapacità decisionale e nel momento in cui il compromesso e’ stato raggiunto, gli interessi dei cittadini europei non sono stati presi in considerazione. Lo scopo principale era solo quello di placare i governi nazionali.

POLITICO ha riportato che il motivo principale per cui la Polonia e l’Ungheria stanno celebrando la nomina di Von der Leyen, è rincipalmente a causa della sua devozione e dei suoi numerosi figli. Considerando oltre le sue qualifiche, certi aspetti della vita privata possono davvero essere un motivo legittimo per nominare qualcuno alla presidenza della Commissione Europea? Non dovremmo forse cercare le qualità di leadership e le competenze tecniche nel nostro prossimo presidente, piuttosto che il modo in cui si sceglie di condurre la propria vita privata o la convenienza per determinati paesi?

Alcuni sosterranno che i governi nazionali sono stati tutti democraticamente eletti e quindi dovrebbero essere in grado di rappresentare i cittadini europei. Purtroppo, questa linea di pensiero è piuttosto opaca e pericolosa. Non solo i capi di governo rappresentano nel migliore dei casi solo la metà della popolazione votante di un paese (che in molti casi è molto inferiore al numero effettivo di cittadini), rappresentano piuttosto un governo di coalizione, il cui partito ha ottenuto circa il 30% dei voti. Si tratta quindi di capi di governo che, se siamo generosi, rappresentano nell’insieme tra il 10 e il 30 per cento della popolazione dell’Unione europea.

Sono anche stati eletti attraverso un sistema nazionale, per non prendere decisioni europee. Perché ora dovremmo fidarci di loro per rappresentarci a livello europeo? Se un rappresentante nazionale può prendere decisioni europee, perché non dovremmo chiedere ai consiglieri locali di fare lo stesso? In realtà, essi hanno esattamente lo stesso livello di legittimità per entrare nelle rispettive assemblee nazionali e prendere decisioni. I rappresentanti eletti dovrebbero attenersi a operare entro i limiti del loro ruolo. Questo è il significato della sussidiarietà.

I rappresentanti che eleggono un numero ancora maggiore di rappresentanti è un concetto antico che non ha mai funzionato bene in passato. Consuderiamo il modello russo delle repubbliche sovietiche (da non confondere con il sistema dell’Unione Sovietica), dove ogni livello ha selezionato i rappresentanti del livello seguente. Questo sistema non solo favorisce la corruzione attraverso l’interdipendenza tra i diversi livelli e i loro rappresentanti. Ad esempio, Viktor Orbán nominando i suoi collaboratori crea una stretta cerchia di alleati che di certo non si opporranno alle sue politiche illiberali a livello nazionale. Diversamente, il sistema attuale richiede che i rappresentanti affrontino realtà molto diverse allo stesso tempo, causando loro errori e decisioni sbagliate (si pensi al popolare gioco dei bambini “sussurri cinesi”, noto anche come “telefono”).

Ora spetta al Parlamento europeo prendere una decisione. Si piegherà alla decisione del Consiglio e confermerà effettivamente il deficit democratico dell’Unione europea in cambio di alcuni favori politici da parte della nuova Commissione? Oppure accenderà le fiamme della ribellione contro il Consiglio, rafforzando la sua posizione ed eventualmente avviando un processo di riforme democratiche disperatamente necessarie in cambio di un caos a breve termine tra le istituzioni?

Naturalmente, il Parlamento europeo non vuole agire per primo e rivelarsi come un’istituzione assetata di potere che è disposta a rischiare di entrare in conflitto aperto con il Consiglio. D’altra parte, non hanno gia’ sparato loro il primo colpo?

Dominik Kirchdorfer
Dominik is a European writer and entrepreneur of Austrian and Polish descent. His passion is storytelling and he wants to do everything in his power to give the story of Europe a happy ending. He is currently the President of the EFF - European Future Forum, as well as Editorial Coordinator for the EUREKA Network, Editor In-Chief of Euro Babble and Managing Editor of Italics Magazine. Twitter: @NikKirkham
http://www.nikkirkham.eu

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